Riceviamo e pubblichiamo questo contributo alla discussione dalla “Chiesa Evangelica di Civitavecchia” Data l’importanza del tema in questione e della testimonianza, invitiamo i lettori a lasciare un loro commento.
20/05/08, Il Pastore Massimo Aprile, della Chiesa Evangelica ha scritto:
Carissimi,
vi mando copia del documento della chiesa battista di Civitavecchia di cui
sono pastore sulla centrale di Torrevaldaliga nord. Si tratta di un
documento ufficiale, discusso e votato in assemblea di chiesa che, nella
nostra ecclesiologia, è la massima autorità. Credo che non abbia ricevuto la
risonanza che merita e spero che lo vogliate diffondere perchè questo contributo
possa stimolare il dibattito anche ecumenico sul tema.
Entro domani trasmetterò anche la decisione formale di aderire alla
manifestazione di sabato.
Il testo.
“Dopo cinquanta anni di attività incessante delle centrali elettriche di
Civitavecchia, ci saremmo aspettati una proposta politica nel segno della
tregua. Civitavecchia e le altre città del comprensorio interessate in prima
battuta ai veleni sputati dalle ciminiere, avrebbero bisogno di sentire
allentata la morsa dei prodotti di combustione che inquinano aria e terra.
L’effetto cumulo di cinquanta anni di produzione di energia elettrica segnati da un
incessante sbuffo di gas velenosi, particelle e nano particelle dannose alla
salute, ha contribuito a trasformare lo stesso significato culturale della
terra nell’immaginario comune. Da risorsa per la vita, dalle viscere della
quale vengono da sempre i frutti e il nutrimento per gli umani e gli
animali, a sinistro contenitore di veleni, che miete vittime, inquinando la
vita con dosi quotidiane.
Ci saremmo aspettati una tregua e in un tempo in cui, quasi ogni giorno, si
pubblicano studi che dichiarano la insostenibilità di questo modello di
sviluppo, ci saremmo attesi una svolta ecocompatibile.
Invece, nel 2000, è arrivata la proposta, da subito passata in fase
operativa, di convertire una delle centrali elettriche a olio combustibile,
quella di Torrevaldaliga nord, a carbone.
Uno sviluppo insostenibile promosso con verità insostenibili, come quella
che il carbone sarebbe ormai “pulito”, garantito dalle nuove tecnologie di
combustione.
Non era forse venuto il momento di allentare la morsa su questo territorio e
su questa popolazione?
Non era forse venuto il momento di ripensare alla politica energetica
complessiva valorizzando per davvero le forme di produzione a più basso
impatto ambientale e promuovendo efficacemente un uso davvero più sobrio
della energia?
Non si è neppure tenuto conto né del primo referendum del giugno 1989, né
del secondo più recente (2003), in cui una stragrande maggioranza della
popolazione ha affermato che questa centrale era “troppo”, non la si voleva,
e si era pronti a cercare soluzioni alternative.
Quando la politica non sa più ascoltare la voce dei cittadini e non sa
sostanziarla di scelte conseguenti, che senso ha rammaricarsi della crisi
della democrazia e biasimare coloro che mostrano disaffezione verso i
partiti?
Ma la cosa più crudele è il tentativo tuttora in corso, che appare
deliberato, di scaricare sui cittadini che hanno espresso in forme
nonviolente la loro resistenza a questa centrale, il carico morale e
psicologico della eventuale perdita di posti di lavoro delle maestranze che
operano nella centrale.
Questa insinuazione è paradossale e non tiene conto di cambiamenti epocali
nella politica industriale del nostro paese. Inoltre, secondo questa logica,
il nostro Paese non avrebbe neppure dovuto mostrare indignazione rispetto
alla produzione, ad esempio, di mine antiuomo, che hanno avvelenato di
violenza la terra di tanti paesi. Non c’erano anche lì in ballo tanti posti
di lavoro di cittadini del tutto onesti?
Non possiamo accettare la logica della guerra tra i poveri, lasciandoci
intrappolare da tranelli ideologici mirati a separare e dividere i
cittadini, per poi, più facilmente controllarne le scelte.
Noi esprimiamo la nostra solidarietà alle maestranze che operano a
Torrevaldaliga nord e la nostra lotta, deve essere intesa anche in difesa
della loro salute esposta più che quella di altri ai veleni della centrale
nonché ai posti di lavoro che necessitano contestualmente anche di una
riconversione.
La nostra lotta non è contro i lavoratori, ma in difesa della vita e di un
modello di sviluppo più umano e sostenibile.
La nostra comunità cristiana evangelica si è interrogata sull’argomento.
Abbiamo dibattuto già da molto tempo sul tema della centrale e molti membri
e amici della comunità, già da anni, si battono nel movimento ambientalista
nominato no-coke.
Questa lotta per la difesa del territorio ci riguarda? Interroga anche la
nostra fede? La svolgiamo con la miopia di chi vorrebbe semplicemente
spostare un po’ più in là il problema? Abbiamo una parola alta e
disinteressata da dire?
Di recente, anche per effetto delle iniziative di occupazione della sala
consiliare di Civitavecchia, da parte del movimento no-coke, si è fatta più
stringente la necessità di rispondere a queste questioni.
Non si contano ormai più i documenti ecumenici prodotti da assemblee delle
chiese su “Giustizia, pace e salvaguardia della creazione” a partire da
Basilea (Assemblea Ecumenica Europea 1989), Seul (Assemblea del Consiglio
Ecumenico delle Chiese 1990), fino ai tempi più recenti Accra (Assemblea
dell’Alleanza Riformata Mondiale 2004), che con analisi puntuali hanno
focalizzato il nesso che esiste tra l’impegno dei cristiani per la giustizia
e quello per la salvaguardia del creato.
La giustizia sociale, la difesa dei diritti dei più deboli, deve coniugarsi
con una giustizia che renda possibile la vita su questo pianeta anche per il
futuro.
Il Signore chiama le chiese tutte a stringersi in un patto comune per una
“diaconia della terra”. E’ necessario che nel recupero della dimensione
teologica del limite della nostra esistenza, abbandoniamo modelli di
sviluppo voraci di energia, deliranti nei consumi e che minacciano l’ecosistema.
La questione perciò non è più semplicemente politica. Non riguarda solamente
le scelte giustamente laiche della politica, mirate, come in ogni altra
materia a valutare il rapporto tra costi e benefici. La questione diviene
anche spirituale. L’ambiente, la natura, per noi è la buona creazione di
Dio. Essa è stata data agli umani non perché ne sfruttassero
irresponsabilmente le risorse, ma perché ne fossero i custodi (Genesi 2).
Per noi l’ambiente è la Creazione, e l’essere umano ha il compito di dar
voce e poi ascoltare il gemito della creazione che aspetta la manifestazione
della gloria dei figli di Dio (Romani 8).
Riteniamo quindi, in tutta coscienza, che la nostra comunità abbia un
debito di testimonianza verso la terra. Siamo convinti che sia nostro dovere
declinare la nostra fede evangelica anche per richiamare noi stessi e gli
altri al rispetto del pianeta.
Tutto vive in equilibrio. E la condizione della vita prima del peccato, nel
giardino di Eden, era armonia nelle relazioni tra Dio, gli esseri umani e la
creazione tutta.
La frattura di una sola di queste relazioni, produce un turbamento anche in
tutte le altre. Questo è il potere letale del peccato.
I conflitti che contrappongono e avvelenano i rapporti tra gli umani e l’ambiente,
sono, da un punto di vista teologico, della stessa natura di quelli che
alimentano le guerre tra i popoli e le discordie tra le persone.
Ci teniamo a dichiarare però che questa nostra opzione per l’ambiente, come
quella per i poveri, non la proclamiamo da una cattedra di superiore
giustizia o infallibilità. Sappiamo di essere parte del problema. Conosciamo
le nostre contraddizioni e i nostri piccoli e grandi egoismi, coi quali
abbiamo alimentato la crisi. Confessiamo perciò il nostro peccato.
Desideriamo però manifestare i segni del ravvedimento. Desideriamo, con l’aiuto
di Dio, ricercare stili di vita più sobri, tesi a valorizzare quel che è
essenziale e mettendo al bando lo spreco e la logica dell’usa e getta.
Desideriamo sperimentare modelli educativi e di formazione, che valorizzino
il riciclaggio, e quindi la raccolta differenziata dei rifiuti, una netta
diminuzione del consumo energetico, e quindi una preferenza al trasporto
pubblico sull’uso smodato delle auto; una maggiore attenzione alle
tecnologie che consentono risparmio energetico mediante, ad esempio, un più
efficace isolamento termico delle abitazioni; una incentivazione all’uso
anche domestico del solare.
Vogliamo dunque cominciare da noi, ma non possiamo rinunciare al livello
politico che ha gli strumenti perché questa nuova sensibilità ecologica si
affermi in maniera capillare per tutti.
Con questo spirito quindi, desideriamo dare, ufficialmente, il nostro
sostegno alla iniziativa presa già da diversi membri di questa chiesa a
favore del movimento no-coke.
L’idea di organizzare un digiuno a staffetta per mantenere alta l’attenzione
pubblica sul problema e contribuire alla campagna dei no-coke dei comuni del
comprensorio, ha la nostra approvazione e desideriamo sostenerla, unitamente
ad altre iniziative che la nostra creatività ci consentirà via via di
prendere.
“Il digiuno che io gradisco non è forse questo: che si spezzino le catene
della malvagità, che si sciolgano i legami del giogo, che si lascino liberi
gli oppressi e che si spezzi ogni tipo di giogo?
7 Non è forse questo: che tu divida il tuo pane con chi ha fame, che tu
conduca a casa tua gli infelici privi di riparo, che quando vedi uno nudo tu
lo copra e che tu non ti nasconda a colui che è carne della tua carne?
8 Allora la tua luce spunterà come l’ aurora, la tua guarigione germoglierà
prontamente; la tua giustizia ti precederà, la gloria del SIGNORE sarà la
tua retroguardia.” Isaia 58:6-8



